-Un Viaggio vero attraverso le Meraviglie del mondo e le disgrazie che l'Uomo compie su di essa.
Stefano Bonanni, 26 anni, laureato in Scienze per la Pace, è in viaggio per il mondo dal 2009.
Sul suo sito http://www.viaggiaresostenibile.com/, racconta i suoi viaggi tramite scritti,fotografie e pure Emozioni raccolte virtualmente.
Qui vi riporto l'inizio di tale viaggio:
Sono le 14, fra poco meno di un’ora partirà il mio treno, seduto su una panchina della stazione termini osservo i passanti. Alcuni partono, altri arrivano, ma tutti corrono. La nostra società diventa ogni giorno più frenetica, le azioni, si compiono in modo meccanico perdendo di ogni significato. Per qualche mese le lancette del mio orologio si arresteranno, saranno i rapporti umani a scandire il mio tempo.
Sono in partenza per il Kossovo, per alcuni una regione della Serbia, per altri un prolungamento dell’Albania, dal 17 febbraio uno stato indipendente. Qualcuno prima di partire mi ha chiesto perché lo faccio, altri mi hanno domandato perché il Kossovo. Una decisione del genere difficilmente viene compresa nella nostra società, e ad ogni modo suscita reazioni contrastanti. Molte persone considerano il tuo atto lodevole, ti danno una pacca sulla spalla, si congratulano con te e poi ti confessano che loro non avrebbero mai avuto il coraggio di prendere una decisione tale. Non sono stati toccati minimamente dalle tue parole, per loro è qualcosa di talmente inconcepibile all’interno della loro vita che il tuo esempio non gli suscita alcun tipo emozione. Altre persone sembrano molto interessate dai tuoi racconti, ti fanno mille domande, ma in realtà si sentono attaccati dalla tua scelta, cosi cercano di trovare tutti i lati negativi della tua esperienza. Non voglio generalizzare, ammetto che esistano anche reazioni differenti. In qualche modo, ho risposto alla prima domanda che mi era stata rivolta, uno dei motivi per cui ho scelto di partire è quello di creare una reazione nelle persone che mi circondano. Don Primo Mazzolari affermava che la pace non la si può imporre ma la si deve offrire, questo è il mio modo di permeare la società.
Perché il Kossovo? Non c’è una ragione in particolare, avrei potuto scegliere qualsiasi conflitto ancora aperto nel mondo, i Balcani tuttavia mi incuriosivano molto. Della mia infanzia ho l’eco di queste terre, attraverso i racconti di mio nonno, di quando nella seconda guerra mondiale è stato fatto prigioniero e deportato in quelle zone. Successivamente da adolescente, il conflitto jugoslavo ha trovato sempre più spazio nei nostri giornali.
A spingermi a partire è stata la curiosità per un mondo tanto vicino ma allo stesso tempo tanto lontano nei miei ricordi; una terra segnata da un conflitto finito da molti anni sui nostri giornali ma che continua a mietere vittime ancora oggi.
Non conosco molto della storia del Kossovo, tuttavia non credo che questo sia un punto debole. Partire senza un’idea ben definita del conflitto mi permetterà di non crearmi pregiudizi che limiterebbero la mia visione degli eventi. Inoltre, bisogna tenere sempre presente che questo non è il mio conflitto. Non sposerò nessuna causa, perché non spetta a me giudicare, sarò “equivicino” alle parti, e avverso solamente alla violenza.
E’ facile comprendere quindi, che non parto con un progetto ben definito.
Infatti, i progetti hanno una scadenza e alla non violenza non è possibile applicare un limite temporale. Inoltre, non vorrei cadere vittima dell’etnocentrismo. Parto con lo spirito di conoscere ed apprendere dall’altro.
Una volta lì, condividerò la mia vita con le persone che subiscono il conflitto, ma che non hanno scelto di farne parte.
Molti mi hanno chiesto in che modo penso di aiutare concretamente queste persone. Nel modo più semplice: “non facendo nulla”. So che può risultare difficile da comprendere, ma il prestare aiuto a qualcun altro implica una superiorità. Non si può pretendere di portare la soluzione ai conflitti del mondo, in quanto ne siamo la causa, e poi, perché non siamo in grado di staccarci dalla nostra cultura. Porteremmo con noi la chiave errata di una porta, e alla fine ricorreremo alla soluzione più semplice, cambiare l’intera serratura uniformandola alla nostra. Poi ci sarà chi parlerà di globalizzazione, dell’esistenza di un’unica chiave per tutte le serrature. Non vi fate ingannare: la chiave è vero che è unica, tuttavia non apre tutte le porte come promesso, ma solo quelle a cui è stata cambiata la serratura. Dobbiamo dare la possibilità alle persone del posto di forgiare la propria chiave. Solo loro possono essere in grado di farlo, e solo loro possono decidere quale porta aprire e quale futuro scegliere.
Per la prima volta nella mia vita, la mente è sgombra da ogni tipo di pensiero. Un sorriso pervade il mio volto: raccolgo lo zaino da terra e mi dirigo verso il treno. Da qui comincia il mio viaggio. Da qualche ora è calata la notte. Nel treno regna il silenzio più assoluto, in lontananza è possibile udire un suono di violino. Due artiste di strada accompagnano il treno con la loro musica. Alcuni passeggeri si soffermano ad ascoltare. Per un momento riesco a percepire i loro sentimenti. Molti stanno tornando nei loro paesi di origine. Ad aspettarli troveranno i loro affetti più cari, ma anche le stesse ingiustizie che li hanno costretti a partire. Finalmente però, torneranno ad essere persone, ciò che in Italia non gli è stato permesso di essere. Nel nostro paese sono considerati stranieri: a volte regolari, altre volte da clandestini; alcuni onesti, altri delinquenti. Fanno parte di una categoria, ma non sono persone. Pochi di noi riflettono sulle motivazioni che li spingono ad emigrare. Il nostro commercio produce ogni anno milioni di sfollati che vengono ai piedi della nostra tavola accontentandosi delle nostre briciole, quando in realtà il cibo con cui banchettiamo è il loro.
Tra nostalgia ed iquietudine il treno compie differenti fermate. Ad ognuna di esse ci viene chiesto di esibire il passaporto, aumentando notevolmente lo stress nel volto dei passeggeri. E’ strano come una persona possa esser definita per la sua nazionalità, in quel momento io non sono più Stefano, sono uno di quei 60 milioni di persone che abita l’Italia. Il passaporto altro non è che un biglietto di ingresso per un posto in cui non tutti possono accedere. Questa però non è discriminazione? siamo in un mondo civile?
Alle prime luci dell’alba mi ritrovo in Croazia, il treno arriverà a Belgrado soltanto alle 14. Da lì il mio viaggio continuerà in bus. Attraversando la Serbia mi rendo conto di quante realtà possono coesistere all’interno di uno stesso Stato. La mia mente incomincia a tracciare confini immaginari. Vedo la Serbia di Belgrado, la Serbia dei villaggi e quella dei campi rom. Realtà troppo differenti per concepirle sotto un’unica unità nazionale. Inevitalbimente penso alla storia dei Balcani, alla difficile convivenza di più etnie all’interno di uno stesso Stato. Per parte del viaggio che mi condurrà in Kossovo mi assento. Nella mia testa scorrono pensieri offuscati. Penso ai Balcani, a quante volte l’identità culturale di questa gente è stata messa a rischio. Penso all’occidente e alla mania che ha di esportare la sua cultura nel mondo. Rifletto sul significato di globalizzazione. Per un momento scorgo un nesso causale nei miei pensieri. Poi, tutto di un tratto, mi perdo nella bellezza dei paesaggi, e come per magia la mia mente si illumina di nuovo, ogni pensiero più buio torna a risplendere.
La prossima tappa è Mitrovica. Mitrovica è una città a nord del Kossovo. La tensione qui è ancora molto forte. La città è divisa in due dal fiume Ibar. La parte nord e’ abitata a maggioranza da serbi, quella sud da albanesi. Qui si trova il vero confine del Kossovo. Le due parti della città sono unite da un ponte molto strano. Sono stato infatti abituato a concepire un ponte come una strada che collega due luoghi, a Mitrovica invece succede l’opposto: il ponte divide.
E’ notte, il pullman mi lascia nella parte nord della città. Il viaggio prosegue ad di là del ponte. Individuare la strada da seguire non è difficile, la zona è presidiata dalla polizia. Scorgo il primo posto di blocco, dietro: il nulla. Il ponte non è illuminato, quasi a ribadire che è una terra di nessuno. Proseguo con il mio passo ciondolante a causa dei due zaini che porto sulle spalle. Cammino nel bel mezzo della strada, contando i passi che separano gli albanesi dai serbi. Penso che in fin dei conti essi vivono a pochi metri di distanza, ma subito mi correggo. La distanza ora mi sembra incolmabile, è di qualche anno. Non vedo più la distanza rappresentata dai metri, ma quella del tempo che occorrerà a ricucire i rapporti fra due popoli in conflitto. E’ buffo, ma cambiando unità di misura queste due culture si avvicinano e si allontanano nella mia mente. Preso dai miei pensieri ignoro l’alt intimato al posto di blocco. Subito vengo richiamato all’attenzione da un fischio, seguito da una frase pronunciata in albanese. Dopo un breve interrogatorio in inglese e aver esibito il passaporto, mi ritrovo nel Kossovo albanese. Da qui il mio viaggio continuerà in taxi.
Alle 23 arrivo finalmente a Gorazdevac. Il viaggio è stato lungo, è durato più di trenta ore, ma non mi ha stancato molto. Ad aspettarmi trovo quattro volontari dell’Operazione Colomba. Dopo alcune brevi presentazioni mi viene indicato il mio letto e mi viene detto che la mattina successiva mi verranno spiegati i mie compiti. Decido, così, di andare a riposare per esser fresco l’indomani.
La casa è molto spaziosa, è disposta su due piani, ci sono 4 camere da letto, un grande soggiorno con un angolo cottura e due bagni, uno per ogni piano. Anche troppo grande per le mie aspettative, ma mi viene spiegato che in estate si arriva ad essere anche in 15 volontari e da qualche parte bisogna pur metterli. Gorazdevac è un villaggio serbo composto da circa mille abitanti. È situato sul confine montenegrino nelle vicinanze della città albanese di Peja-Pec. È l’ultima enclave serba rimasta in Kossovo, all’entrata e all’uscita del villaggio sono presenti due check-pointpresieduti da militari dell’Unmik, l’esercito delle Nazioni Unite. Questo non è l’unico villaggio serbo nella zona, ce ne sono differenti, tuttavia la storia di Gorazdevac è particolare. Mentre gli altri sono villaggi di rientro, per i serbi che durante la guerra sono scappati, rifugiandosi chi tra le montagne, chi in Serbia o Montenegro, gli abitanti di Gorazdevac non si sono mai mossi di qui e hanno dovuto combattere in difesa delle proprie case. Queste portano ancora i segni della guerra, passeggiando per il villaggio non è difficile notarli, tuttavia i segni più grandi, come d’altronde è naturale, sembrano portarli le persone.
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