lunedì 29 agosto 2011

System Of A Down - Spiders

The Piercing radiant the moon
The Storming of Poor June
All the Life running through Her Hair..

domenica 21 agosto 2011

Filosofia di un killer

Natural Born Killer, una splendida pellicola scritta,girata e partorita dalla complessa mente di Quentin Tarantino; sfortunatamente però, per chiunque conosca questo film e ammiri la sua scenografia, è ben noto il conflitto che nacque fra Tarantino ed Oliver Stone, il produttore del film, dopo che lo stesso Stone, riadattò la pellicola stravolgendo completamente il lavoro di Tarantino. In seguitò a ciò, quest'ultimo si rifiutò di inserire il suo nome fra quelli dei produttori principali, permettendo di citarlo solo nei diritti relativi alla Trama.
-Nonostante i vari riadattamenti e maneggi della pellicola però, si può ben notare il tocco distintivo e marcato di Tarantino.
Qui riporto un pezzo, assai veritiero!

-Mickey Nox: "Non credo di essere più pazzo di te sai..
Io sono per gli Estremi,
Buio e Luce, sai di che parlo.
E io sono la Luce, con Mall..
Mall.."
-Wayne Gale: "Come fa a decidere di ammazzare un innocente?"
-M.N: "Un innocente? Chi è innocente Wayne, tu lo sei?"
-W.G:"Innocente? Ah si che lo sono, di omicidio lo sono certamente.."
-M.N:"Beh, penso che tutti hanno qualcosa nel passato.. Qualche segreto, un orrendo peccato tenuto nascosto. Un sacco di gente la fuori è già morta e non lo sa, e ha bisogno di essere liberata.
E a questo punto arrivo io, il messaggero del Destino.
Se un giorno, un chicco di grano cade nel terreno e muore, non è poi così grave, ma forse morendo, lui porterà con se molti frutti."
-W.G:" E cos'è questa, mi scusi, la teoria per cui ognuno di noi è un assassino potenziale? Intende questo?"
-M.N:"Un lupo non sa perché è un lupo, un'alce non sa perché è un'alce, Dio li ha fatti così e basta.
Tutti quanti hanno il demonio dentro ok? Il demonio vive, dentro di noi.. Lui si nutre del nostro Odio. Ferisce, Uccide, Violenta, sfrutta le nostre Debolezze, le nostre Paure e solo ciò che è malvagio sopravvive.
Tutti noi sappiamo bene lo schifo che siamo, da quando cominciamo a respirare.. e così dopo un pò si diventa Cattivi.
..E comunque conosco un sacco di gente che merita di morire."
-W.G:"Perché meritano di morire?"
-M.N:" Tutti quanti noi abbiamo un'Ombra , eh? E non puoi liberartene giusto Wayne?
Beh, l'unica cosa che può uccidere un demone è.. l'Amore."


giovedì 11 agosto 2011

I've Something to Say You, God.

Tutto taceva.
La chiesa era gremita dell eco dei santi che vegliavano e giudicavano dall'alto.
Sentivo le S serpentine della mia compagna di preghiera che si stagliava a qualche metro da Me.
"..E se avessi..". Era un continuo Se, la sua preghiera..
Chissà chi era; chissà cosa voleva. Crederà Veramente che il Signore dio nostro possa aiutarla?
.Io mi ritrovo in questa casa di Ideali crocifissi perché ho peccato e sto peccando.. Ma già che ci sono credo che scambierò 2 chiacchiere con l'Onnipotente..


"Scusa la franchezza,
ma credo che la Chiesa non dica il vero su di Te.
Non ho mai letto così bene e attentamente la Bibbia, anche se mi sono ripromessa di farlo, ma sono del fermo parere che questa comunità voglia sfruttarla al massimo per ricavarne profitti a puro scopo privato, nonché peccaminoso.
La chiesa è la blasfemia principale della Religione, e forse non solo quella cristiana italiana.. (ma questo non posso dirlo; non sono così acculturata a tal proposito. Non punto dita contro l'incognito).
Guardo quella povera signora che prega; viene qui in cerca di un asilo gentile che la sappia perdonare per ogni misfatto compiuto, o per chiedere aiuto a qualcuno più grande e potente di qualsiasi altra persona..  Ma non sa che le sue lievi parole verranno intrappolate nella ragnatela, tesa filo per filo nel corso dei secoli dalla chiesa, creando un indistinto eco di preghiere soffocate dalle ricchezze sulla quale si adagiano i vescovi e i vari capi supremi di questa malsana organizzazione.
Non sa che le monete donate speranzose a quelle fiammelle di plastica, si trasformeranno non in peccati assolti, bensì in cumuli di vizi per i superiori della chiesa.
Ciò che i veri Cristiani dovrebbero capire, è che qualsiasi luogo è buono per pregare.
Tutti i posti sono la casa di Dio.
Tutti meno che la Chiesa.."

mercoledì 10 agosto 2011

Le Notti delle Stelle

E con oggi iniziano le Notti delle Stelle cadenti.
Non so se i Desideri si realizzino veramente se si vede una stella cadente.. ma perché non provare?
Sono rimasta per un pò, nel mio buio giardino ad osservare le stelle sperando di avvistarne una lasciare a tutta velocità, la sua orbita natia.
Mentre ero sdraiata sul tavolino infondo al giardino, ascoltavo questa melodia di sottofondo, dal film "Il Pianista sull'oceano".
Era una canzone che solevo ascoltare in Calabria 2 anni fa, quando Morfeo non voleva aiutarmi ad abbandonarmi a visioni celestiali o brutali, e mi rifugiavo in tale sinfonia sedendomi sul davanzale della finestra posta esattamente davanti al mare.
Era Magico..
Era un Atmosfera carica proprio di Desiderio. Il desiderio spensierato ed involontario di restare lì a far viaggiare la mente per il corpo, e con la fioca speranza che l'Alba potesse non crescere mai.
Alzavo gli occhi ed osservavo il lenzuolo oscuro che si estendeva al infinito sopra la terra, creando un immensa cupola protettiva colma di Amore romantico e di Peccati nascosti. Le stelle lo punteggiavano, sembrando prima tante macchioline di sporco sul tessuto Nero, poi tanti Lumi che scendevano dal Cielo sui nostri volti stupiti a Graziarci.
Il mare che mi si stagliava davanti sembrava petrolio senza la sua soffocante densità.
Un Veleno che scorreva sopra le sabbie cenere dell orizzonte.
Il rumore era lieve poiché il Mare si lasciava cullare dai sussurri che la Luna gli inviava.
La voce del oceano diventava un timido gemito, sfregandosi lungo i ciottoli della quale la spiaggia era cosparsa.
Era una danza continua.
Io continuavo a starmene seduta su quella finestra; arroccata da brava spettatrice ad assistere Silente, alla prima d'ello Spettacolo del Mondo.


martedì 9 agosto 2011

Le Vibrazioni - Respiro

Emozionarsi.
La cosa più bella che l'Uomo possa fare.
L'emozione è proprio ciò che ci rende Umani
e Vivi.
Li seguo da quando avevo 8 anni,
circa un anno dopo la loro comparsa sulle scene.
Sono stati il mio primo Vero Gruppo..
quello che una persona segue assiduamente e sulla quale vuole sapere ogni cosa.
Ero molto piccola, ma li amavo.
Erano il mio primo gruppo,
e il loro fu il mio primo concerto.. a 10 giorni dal mio nono compleanno.
Che emozione fu..
E mi Emozionano a tal livello tutt'ora,

venerdì 5 agosto 2011

La Vita - Stefano Bonanni

La vita è imprevedibile ti sorprende quando meno te lo aspetti, quando sei preso a fare tutt'altro, e devi fermarti perché non puoi non dargli retta. E' un labirinto dove non si torna mai al punto di partenza, ognuno sceglie il suo percorso e apre le sue porte. La vita è mobile, ed appartiene a chi sa muoversi con lei, a chi è capace di danzare al ritmo delle gioie e dei dolori, e a chi non si ferma mai, né per un passo sbagliato, né quando la musica svanisce in lontananza. La vita è come un fiume in piena che scorre impetuoso tra le valli di una montagna. Il fiume non conosce pause, non inverte la sua direzione, non evita gli ostacoli. Sbatte sui massi con la stessa testardaggine di sempre. Aggira le avversità, assecondando gli argini e andando incontro al suo destino. Il fiume porta la vita con se, permeando nell'ambiente circostante. Ma l'essere umano è un animale strano, si ostina ad aggrapparsi ad un masso, a volte in apnea, altre con la testa al di fuori dall'acqua. Lui è consapevole di non poter vincere la corrente, come sa che prima o poi dovrà lasciare quel masso, allo strenuo delle forze, senza poter percorrere il fiume se non per pochi metri, perdendo per sempre la sua possibilità di scoprirne le bellezze.
Il fiume fa parte di un ciclo, non c'è nessuna tristezza nel vederlo scomparire sotto terra o disperdersi nel mare, perché anche se non lo si vede non vuol dire che non esista più.
L'essere umano è tormentato dalla paura della morte, ma bisognerebbe accettarla come semplice conseguenza della vita. Non importa se si abbandona questo mondo in punta di piedi, come un ballerino esce di scena accompagnato dai violini, o se se termina in una cascata tra il rombo dell'acqua che scroscia sui massi, perché comunque l'orchestra continuerà a suonare, il fiume a scorrere, e la gente a vivere. Non importa quanto tempo sei stato sul palco, né quanta gente c'era tra il pubblico, l'importante è che ti sia esibito per te stesso e che ti sia divertito nel farlo. Prima che il fiume proceda nel silenzio della foresta, voltati un'ultima volta, sopprimi le lacrime e i rimpianti, ed ascolta gli applausi del pubblico, è il tuo show, ma ora devi fare posto a qualcun altro.
In questi ultimi mesi la vita mi ha sorpreso più volte, i piccoli massi su cui ho sbattuto nel mio percorso mi hanno messo alla prova, aiutandomi a smussare alcuni angoli del mio carattere, ma ciò che mi ha dato la forza di di continuare è stata la mia fede per la vita. Non vi racconto di come i miei documenti mi hanno abbandonato per qualche giorno, volando nelle filippine insieme a carte di credito, soldi e fotocamera, privandomi di ogni identità; sarebbe surreale. Ma voglio condividere un episodio che mi è accaduto pochi giorni fa. Nel momento in cui alcuni timori aleggiavano su di me, dopo che davanti ad uno dei bivi della vita ho scelto il mio percorso, che in qualche mese mi condurrà in medio oriente, sono stato derubato della mia collanina, ma soprattutto di due ciondoli a cui ero molto affezionato. Si, perché la vita è fatta anche di questo, di simboli, di segni che ci aiutano a comprenderla. La croce che portavo al collo sin da bambino, che mi ricordava le mie origini viaggiando per il mondo, e un cornetto regalatomi da un prezioso amico, con l'auspicio di proteggermi. Al di fuori della religione, della superstizione, questi erano dei simboli a cui avevo dato il mio significato, erano parte di me, della mia identità. In un momento di indecisione, dove la fiducia per l'altro era fondamentale, essere derubati è stato qualcosa che ha insinuato ulteriori dubbi, ulteriori domande. Tuttavia, dopo una notte di temporali, con la città mezza allagata, lì, al centro della strada, ho ritrovato il mio cornetto, luccicante come non mai. Cosa vuol dire? nulla, semplicemente questa è la vita, per quanto puoi sforzarti di comprenderla, continuerà a sorprenderti sempre, perderai alcune cose, e una parte di te con esse, ne scoprirai altre, e crescerai . I simboli assumeranno diversi significati, e le parole allo stesso modo, ma quello che conta è mantenere la voglia di vivere. Bisogna lasciarsi andare. Come una busta trasportata dal vento che si libra in volo, si avvolge su se stessa, scende a terra, cambia direzione, urta gli ostacoli, ma non si ferma mai. Perché la vita è mobile, ed è di chi sa danzare, di chi senza saper nuotare percorre le rapide, di chi si lascia trasportare dal vento.

Viaggiare Sostenibile.com

-Un Viaggio vero attraverso le Meraviglie del mondo e le disgrazie che l'Uomo compie su di essa.
Stefano Bonanni, 26 anni, laureato in Scienze per la Pace, è in viaggio per il mondo dal 2009. 
Sul suo sito http://www.viaggiaresostenibile.com/, racconta i suoi viaggi tramite scritti,fotografie e pure Emozioni raccolte virtualmente.
Qui vi riporto l'inizio di tale viaggio:

Sono le 14, fra poco meno di un’ora partirà il mio treno, seduto su una panchina della stazione termini osservo i passanti. Alcuni partono, altri arrivano, ma tutti corrono. La nostra società diventa ogni giorno più frenetica,  le azioni, si compiono in modo meccanico perdendo di ogni significato. Per qualche mese le lancette del mio orologio si arresteranno, saranno i rapporti umani a scandire il mio tempo.
Sono in partenza per il Kossovo, per alcuni una regione della Serbia, per altri un prolungamento dell’Albania, dal 17 febbraio uno stato indipendente. Qualcuno prima di partire mi ha chiesto perché lo faccio, altri mi hanno domandato perché il Kossovo. Una decisione del genere difficilmente viene compresa nella nostra società, e ad ogni modo suscita reazioni contrastanti. Molte persone considerano il tuo atto lodevole, ti danno una pacca sulla spalla, si congratulano con te e poi ti confessano che loro non avrebbero mai avuto il  coraggio di prendere una decisione tale. Non sono stati toccati minimamente dalle tue parole, per loro è qualcosa di talmente inconcepibile all’interno della loro vita che il tuo esempio non gli suscita alcun tipo emozione. Altre persone sembrano molto interessate dai tuoi racconti, ti fanno mille domande, ma in realtà si sentono attaccati dalla tua scelta, cosi cercano di trovare tutti i lati negativi della tua esperienza. Non voglio generalizzare, ammetto che esistano anche reazioni differenti. In qualche modo, ho risposto alla prima domanda che mi era stata rivolta, uno dei motivi per cui ho scelto di partire è quello di creare una reazione nelle persone che mi circondano. Don Primo Mazzolari affermava che la pace non la si può imporre ma la si deve offrire, questo è  il mio modo di permeare la società.
Perché il Kossovo? Non c’è una ragione in particolare, avrei potuto scegliere qualsiasi conflitto ancora aperto nel mondo, i Balcani tuttavia mi incuriosivano molto. Della mia infanzia ho l’eco di queste terre, attraverso i racconti di mio nonno, di quando nella seconda guerra mondiale è stato fatto prigioniero e deportato in quelle zone. Successivamente da adolescente, il conflitto jugoslavo ha trovato sempre più spazio nei nostri giornali.
A spingermi a partire è stata la curiosità per un mondo tanto vicino ma allo stesso tempo tanto lontano nei miei ricordi; una terra segnata da un conflitto finito da molti anni sui nostri giornali ma che continua a mietere vittime ancora oggi.
Non conosco molto della storia del Kossovo, tuttavia non credo che questo sia un punto debole. Partire senza un’idea ben definita del conflitto mi permetterà di non crearmi pregiudizi che limiterebbero la mia visione degli eventi. Inoltre, bisogna tenere sempre presente che questo non è il mio conflitto. Non sposerò nessuna causa, perché non spetta a me giudicare, sarò “equivicino” alle parti, e avverso solamente alla violenza.
E’ facile comprendere quindi, che non parto con un progetto ben definito.
Infatti, i progetti hanno una scadenza e alla non violenza non è possibile applicare un limite temporale. Inoltre, non vorrei cadere vittima dell’etnocentrismo. Parto con lo spirito di conoscere ed apprendere dall’altro.
Una volta lì, condividerò la mia vita con le persone che subiscono il conflitto, ma che non hanno scelto di farne parte.
Molti mi hanno chiesto in che modo penso di aiutare concretamente queste persone. Nel modo più semplice: “non facendo nulla”. So che può risultare difficile da comprendere, ma il prestare aiuto a qualcun altro implica una superiorità. Non si può pretendere di portare la soluzione ai conflitti del mondo, in quanto ne siamo la causa, e poi, perché non siamo in grado di staccarci dalla nostra cultura. Porteremmo con noi la chiave errata di una porta, e alla fine ricorreremo alla soluzione più semplice, cambiare l’intera serratura uniformandola alla nostra. Poi ci sarà chi parlerà di globalizzazione, dell’esistenza di un’unica chiave per tutte le serrature. Non vi fate ingannare: la chiave è vero che è unica, tuttavia non apre tutte le porte come promesso, ma solo quelle a cui è stata cambiata la serratura. Dobbiamo dare la possibilità alle persone del posto di forgiare la propria chiave. Solo loro possono essere in grado di farlo, e solo loro possono decidere quale porta aprire e  quale futuro scegliere.
Per la prima volta nella mia vita, la mente è sgombra da ogni tipo di pensiero. Un sorriso pervade il mio volto: raccolgo lo zaino da terra e mi dirigo verso il treno. Da qui comincia il mio viaggio. Da qualche ora è calata la notte. Nel treno regna il silenzio più assoluto, in lontananza è possibile udire un suono di violino. Due artiste di strada accompagnano il treno con la loro musica. Alcuni passeggeri si soffermano ad ascoltare. Per un momento riesco a percepire i loro sentimenti. Molti stanno tornando nei loro paesi di origine. Ad aspettarli troveranno i loro affetti più cari, ma anche le stesse ingiustizie che li hanno costretti a partire. Finalmente però, torneranno ad essere persone, ciò che in Italia non gli è stato permesso di essere. Nel nostro paese sono considerati stranieri: a volte regolari, altre volte da clandestini; alcuni onesti, altri delinquenti. Fanno parte di una categoria, ma non sono persone. Pochi di noi riflettono sulle motivazioni che li spingono ad emigrare. Il nostro commercio produce ogni anno milioni di sfollati che vengono ai piedi della nostra tavola accontentandosi delle nostre briciole, quando in realtà il cibo con cui banchettiamo è il loro.
Tra nostalgia ed iquietudine il treno compie differenti fermate. Ad ognuna di esse ci viene chiesto di esibire il passaporto, aumentando notevolmente lo stress nel volto dei passeggeri. E’ strano come una persona possa esser definita per la sua nazionalità, in quel momento io non sono più Stefano, sono uno di quei 60 milioni di persone che abita l’Italia. Il passaporto altro non è che un biglietto di ingresso per un posto in cui non tutti possono accedere. Questa però non è discriminazione? siamo in un mondo civile?
Alle prime luci dell’alba mi ritrovo in Croazia, il treno arriverà a Belgrado soltanto alle 14. Da lì il mio viaggio continuerà in bus. Attraversando la Serbia mi rendo conto di quante realtà possono coesistere all’interno di uno stesso Stato. La mia mente incomincia a tracciare confini immaginari. Vedo la Serbia di Belgrado, la Serbia dei villaggi e quella dei campi rom. Realtà troppo differenti per concepirle sotto un’unica unità nazionale. Inevitalbimente penso alla storia dei Balcani, alla difficile convivenza di più etnie all’interno di uno stesso Stato. Per parte del viaggio che mi condurrà in Kossovo mi assento. Nella mia testa scorrono pensieri offuscati. Penso ai Balcani, a quante volte l’identità culturale di questa gente è stata messa a rischio. Penso all’occidente e alla mania che ha di esportare la sua cultura nel mondo. Rifletto sul significato di globalizzazione. Per un momento scorgo un nesso causale nei miei pensieri. Poi, tutto di un tratto, mi perdo nella bellezza dei paesaggi, e come per magia la mia mente si illumina di nuovo, ogni pensiero più buio torna a risplendere.
La prossima tappa è Mitrovica. Mitrovica è una città a nord del Kossovo. La tensione qui è ancora molto forte. La città è divisa in due dal fiume Ibar. La parte nord e’ abitata a maggioranza da serbi, quella sud da albanesi. Qui si trova il vero confine del Kossovo. Le due parti della città sono unite da un ponte molto strano. Sono stato infatti abituato a concepire un ponte come una strada che collega due luoghi, a Mitrovica invece succede l’opposto: il ponte divide.
E’ notte, il pullman mi lascia nella parte nord della città. Il viaggio prosegue ad di là del ponte. Individuare la strada da seguire non è difficile, la zona è presidiata dalla polizia. Scorgo il primo posto di blocco, dietro: il nulla. Il ponte non è illuminato, quasi a ribadire che è una terra di nessuno. Proseguo con il mio passo ciondolante a causa dei due zaini che porto sulle spalle. Cammino nel bel mezzo della strada, contando i passi che separano gli albanesi dai serbi. Penso che in fin dei conti essi vivono a pochi metri di distanza, ma subito mi correggo. La distanza ora mi sembra incolmabile, è di qualche anno. Non vedo più la distanza rappresentata dai metri, ma quella del tempo che occorrerà a ricucire i rapporti fra due popoli in conflitto. E’ buffo, ma cambiando unità di misura queste due culture si avvicinano e si allontanano nella mia mente. Preso dai miei pensieri ignoro l’alt intimato al posto di blocco. Subito vengo richiamato all’attenzione da un fischio, seguito da una frase pronunciata in albanese. Dopo un breve interrogatorio in inglese e aver esibito il passaporto, mi ritrovo nel Kossovo albanese. Da qui il mio viaggio continuerà in taxi.
Alle 23 arrivo finalmente a Gorazdevac. Il viaggio è stato lungo, è durato più di trenta ore, ma non mi ha stancato molto. Ad aspettarmi trovo quattro volontari dell’Operazione Colomba. Dopo alcune brevi presentazioni mi viene indicato il mio letto e mi viene detto che la mattina successiva mi verranno spiegati i mie compiti. Decido, così, di andare a riposare per esser fresco l’indomani.
La casa è molto spaziosa, è disposta su due piani, ci sono 4 camere da letto, un grande soggiorno con un angolo cottura e due bagni, uno per ogni piano. Anche troppo grande per le mie aspettative, ma mi viene spiegato che in estate si arriva ad essere anche in 15 volontari e da qualche parte bisogna pur metterli.  Gorazdevac è un villaggio serbo composto da circa mille abitanti. È situato sul confine montenegrino nelle vicinanze della città albanese di Peja-Pec. È l’ultima enclave serba rimasta in Kossovo, all’entrata e all’uscita del villaggio sono presenti due check-pointpresieduti da militari dell’Unmik, l’esercito delle Nazioni Unite. Questo non è l’unico villaggio serbo nella zona, ce ne sono differenti, tuttavia la storia di Gorazdevac è particolare. Mentre gli altri sono villaggi di rientro, per i serbi che durante la guerra sono scappati, rifugiandosi chi tra le montagne, chi in Serbia o Montenegro, gli abitanti di Gorazdevac non si sono mai mossi di qui e hanno dovuto combattere in difesa delle proprie case. Queste portano ancora i segni della guerra, passeggiando per il villaggio non è difficile notarli, tuttavia i segni più grandi, come d’altronde è naturale, sembrano portarli le persone.

Charon - Colder

Una canzone che resta facilmente in testa..